Citata da Virgilio vicino a Sperlonga, sarebbe stata distrutta a causa del voto
al silenzio degli abitanti
Probabilmente hanno scoperto insieme, questa coppia di archeologi romani - lei, Stefania Quilici Gigli, della Seconda Università di Napoli, lui, Lorenzo Quilici, docente
dell'Università di Bologna - Amyclae, «la città muta di cui narra Virgilio,
nell'Eneide, citando il fulvo suo Re, Camerte, "il più ricco proprietario di
terre di tutta l'Ausonia".
Sul quale Enea si avventa levando «alta la spada, rossa e tiepida di sangue...»
I due archeologi mi ricevono nella loro villetta annidata nel verde di Viale
dell'Esperanto e subito, coi loro discorsi, mi riportano alla mente un'antica
passione. L'Eneide; e proprio quei capitoli tumultuosi e fiammeggianti di
immagini, in cui il poeta mantovano, meglio che raccontare, proietta davanti
agli occhi di chi legge le sequenze più terrifiche e ahimè seduttive, come può
esserlo soltanto la grande letteratura della battaglia corrusca e senza fiato
tra Turno ed Enea. La leggevo, questa guerra baluginante di spade e scudi d'oro
istoriati, dove risuona il galoppo dei cavalli bianchi, prima ardimentosi, poi
spaventati, ed il fragore dei carri rovesciati, che le bestie «trascinano vuoti
fino alla spiaggia», ai miei figli bambini, alcuni decenni fa: e uno stava per
Turno e l'altro per Enea...
Sappiamo la storia. Enea, regale profuo da Troia, approda finalmente nel Lazio,
guidato dai molteplici presagi divini ricevuti in chi sa quanti anni di
peregrinazioni: qui, nella nostra tera gli sono state promesse dagli dei( e più
attivamente da Venere, da cui è nato) le nozze con Lavinia, la figlia del re
Latino. E per questa ragione. come dire, di Stato - «In Italia mi ordinano di
andare gli oracoli.. Questo è il mio amore. questa la mia patria... E mi
rimprovera Ascanio, povero bimbo, del torto che faccio al suo futuro, poiché lo
defraudo del regno di Esperia...» - il pio Enea se la svigna dagli amplessi
della regina Didone: che l'ha accolto, naufrago insieme ai suoi, nella città da
lei stessa coraggiosameme fondata. Cartagine, e l'ha fatto partecipe dcl suo
regno.
L'eroe, scoperto nella fuga, oppone alle furie legittime della regina - il primo
emblema della lacerazione femminile nella scelta tra amore ed emancipazione -
una frase che ha fatto scuola: «Del resto mai ti tenni discorsi di nozze o
pensai di sposarti...».
Intanto Turno, il principe di Ardea a cui Lavinia era stata promessa in moglie
dal re Latino, viene sollecitato a sollevare i popoli del Lazio alla guerra
contro lo straniero. da Aletto. mcssaggera di Giunone: poiché la Dea, furiosa
per la sconfitta che le si profila. di fronte alla sua eterna rivale, Venere -
«Io, la gran moglie di Giove, che non ho trascurato nulla e ho provato tutto per
nuocergli, sono vinta, infelice, da Enea!» - giura e congiura comunque contro
l'eroe troiano: «So bene che i Fati gli hanno assegnato in moglie Lavinia, ma
potrò ritardare le cose, e sterminare i popoli di Troia e di Laurento... O
vergine, avrai unadote di sangue!» Ma torniamo ad Amyclae,la "la citta muta"
scoperta dai due archeologi. Perché “muta”? Cominciamo da lontano...
La fondazione mitica della città, mi dice Stefania Quilici Gigli, è attribuita a
Castore e Polluce, i Dioscuri partoriti dall'uovo di Leda, frutto dell'amplesso
che Zeus in forma di cigno ottenne furtivamente dalla splendida moglie di
Tindaro.
«Si tratta quindi, aldilà del mito, di una colonizzazione lacedone, cioè di
Sparta, già documentata nelle terre che vanno da Gaeta a Terracina, e alla quale
si aggiungerebbe ora, situata su Monte Pianara, alle spalle di Fondi, la
misteriosa Amyclae o Amynclae di cui però nessuno fino ad oggi era riuscito a
stabilire dnve fosse localizzata. Ma di Amyclae parla Virgilio nell'Eneide, e ne
parla il suo commentatore, Servio, ne parla Plinio, nella Naturalis Historia, ed
evidenzia i luoghi in successione: dopo il Circeo, il fiumen Augentum, supra
quod Tarracina... et ubi fiere Amyclae sive Amynclae... Plinio lamenta anche la
decadenza della qualità del vino Cecubo, frutto della coltivazione dei vitigni
attorno al Sinus Amyclanus, così era chiamato il golfo di Sperlonga. Ed invece,
in lode di questo vino, ci resta un epigramma di Marziale: che cita, come luoghi
di produzione, Fondi ed Amyclae. Gli altri autori dell'antichità che nominano la
città, scomparsa fin dalla seconda metà del terzo secolo avanti Cristo, sono
Silio Italico, Tacito e, il più recente degli antichi, il poeta Lucilio, che in
un suo bellissimo verso così ce la consegna:'Amyclae mori tacendo'.. .Ed a
Lucilio, che, nativo di Sessa Aurunca, si recava spesso a Roma, si potrebbe
attribuire il valore di un testimone diretto. Lui, che visse nel II secolo
avanti Cristo, conosceva probabilmente le rovine della città, e in qualche modo
condivise la tesi secondo cui la fine di Amyclae sarebbe dovuta al sacro
silenzio cui erano tenuti i suoi abitanti: seguaci di una setta pitagorica che,
con un patto rinnovabile ogni quinquennio, imponeva lnro di tacere - aldilà
delle necessità fondanientali della vita quotidiana - persino di fronte alla
minaccia dei nemici. E, secondo il pragmatico Cicerone, la distruzione di
Amyclae sarebbe avvenuta proprio perché nessuno aveva potuto dare l'allarme per
l'arrivo di un esercito nemico! Un'altra versione, sempre leggendaria, della
distruzione della città, risiede in quella che oggi chiameremmo scelta
animalista: i pitagorici di A.myclae non potevano uccidere alcun animale. c
poiché la zona era paludosa furono vittime dci vcncf ci serpenti delle paludi...
Domenica 06 maggio 2006 - Adele Cambria - L'Unità