IN UNA NOTTE DI LUNA PIENA, CON GLI ABITANTI IMMERSI NEL SONNO, LA CITTA' SPROFONDO'

CITTA' DI AMYCLAE
MITO O LEGGENDA?

L’uva “Serpe” ed il vino Cecubo

Quando Appio Claudio Cieco, il costruttore dell’Appia, la Regina viarum, che collegava e collega Roma a Brindisi, dopo un agevole percorso nella pianura pontina, si imbatte nei monti che da Fondi, attraverso Itri, accarezzano il cielo fino a Formia, trovò un ostacolo impervio da superare. Ma lo accolse, a lenimento delle sue fatiche, un pregevole ventaglio di vini che, è da ritenere, trasportò a Roma come un carico più prezioso di un trofeo di guerra.

Cecubo si suppone derivi da caecus (cieco), congiunto a bibeo (bevo), o bibere (bere), vocaboli fusi insieme ad identificare il bere del cieco, cioè la bevanda preferita proprio da Appio Claudio Cieco. Plinio il Vecchio classificò prima il Cecubo e, poi, il Falerno, precisando antea coecubum, postea falernum. E la dice lunga quel postea falernum, cioè dopo il celeberrimo vino che Petronio, nella famosa cena, fece offrire da Trimalcione ai convitati, esterrefatti, con il commento: questo vino ha cento anni; esso ho vita più lunga dell’uomo. Columella, poi, nel De Agricoltura, individuò il sito di produzione del miglior vino dell’Impero sulle alture sopra la “spelunca”, oggi Sperlonga. Ed Orazio, nella seconda ode, ricorda che i vini cecubi erano nascosti, come un bene prezioso, sotto cento chiavi, ed erano superiori persino a quelli offerti negli opulenti banchetti dai Pontefici.

L’uva serpe, da cui si ricava il vino Cecubo ha la caratteristica di tramutarsi in un vino corposo, rosso, intenso, con una nota amara e dolce insieme, un vino che tinge il pavimento con macchie indelebili, come ricorda Orazio nel celebre verso, vero tinget patvimentum superbo. Il suo anno di nascita si perde nella notte dei tempi. Il vitigno dell’uva serpe non ha al mondo riscontri che ne possano stabilire la sua origine per trasmigrazione: esso è proprio il frutto spontaneo di questa ristretta striscia di terra dei comuni di Itri e Sperlonga e, per l’alta qualità del prodotto, costituisce proprio un dono di Dio.

L’origine antichissima dell’uva serpe trova un convincente riscontro in Columella che, nel tratteggiare le varie specie di vitigni, già antichi per la sua epoca del I secolo dC., menziona l’esistenza di un’uva che dava un vino robusto e che veniva prodotta da un vitigno chiamato Dracontion, che, in greco, significa serpente. Columella, scrivendo in latino, ha fatto ricorso, per indicare questo vitigno, ad un termine in lingua greca, che era quella originaria degli antichi abitanti dell’antichissina città di Amyclae che sorgeva sul litorale tra Fondi e Sperlonga. (Virgilio ne fa risalire l’origine ai Laconi, provenienti dal Peloponneso, regione abitata dagli Spartani). Gli Amiclani piantarono sui colli di Itri la vite dell’uva serpe, anche come retaggio delle proprie credenze religiose.

I popoli dell’antichità, quando trasmigravano da un posto ad un altro, si portavano dietro quelle che erano te radici della loro civiltà, costituita dalle coltivazioni principali e dalle credenze religiose e, tra le prime, il grano e le viti. Chi si inoltra tra le balze dei Monti Cecubi scopre che addosso dei ruderi di ogni antico fabbricato, proprio in prossimità dell’ingresso principale, vi è ancora un grosso tronco di vite pluricentenaria: é la vite dell’uva serpe che ogni avo, in occasione della costruzione di un nuovo fabbricato, usava piantare, di generazione in generazione, a protezione e tutela della dimora familiare proprio in prossimità dell’uscio. E proprio al rispetto sacrale di questa millenaria tradizione contadina dobbiamo ora la conservazione dell’uva serpe.

Fonti giornalistiche di recente, hanno dato notizia di una importante iniziativa per il recupero di uno dei più antichi vitigni autoctoni del Lazio: l’uva “serpe” da cui veniva prodotto il vino Cecubo, tanto apprezzato ai tempi dei Romani. L’azienda agricolo promotrice dell’iniziativa è la Masseria del monti del Cecubo ubicata sulla strada della Magliana che collega Itri a Sperlonga. La Regione Lazio, prima di includerlo tra i vitigni autoctoni ammessi alla cultura, ne sta studiando i caratteri organolettici della vite che produce questa uva. L’impianto viticolo, sotto il controllo di tecnici regionali è a buon punto di realizzazione e prossima è quella della produzione e della commercializzazione del vino.

(Tratto da un corposo studio della dott.ssa Maria Antonietta Schettino Pubblicato sulla Gazzetta degli Aurunci, Anno XV, n. 5, Maggio 2006).

L’uva dei Romani

Il Consorzio di Bonifica recupera un antico vitigno, l’intervento eseguito presso un’azienda a San Magno

Il progetto

Un progetto come il «Cecubo» vuole dire innanzitutto cercare una soluzione ad una problematica che riguarda il territorio ovvero quella dell’abbandono delle zone marginali considerate più improduttive. Aree invece in cui anticamente veniva coltivato il vitigno abbuoto, un’attività che potrebbe riprendere con la collaborazione degli agricoltori.

Sulle orme dell’«Ager Caecubus», l’antico vitigno dei Romani riscoperto nella piana di Fondi. Di questa vite ne parla Plinio il Vecchio a anche Columella nel suo «De Agricoltura », un vino dell’oblio che stregò Cleopatra come si legge in un’ode di Orazio sulla battaglia di Anzio. Ma l’«uva serpe» è tutt’altro che una pianta legata al mito. A recuperare quanto c’è di storico e di leggendario ci ha pensato il consorzio di bonifica del sud pontino con il progetto «Cecubo». Questo particolare vino è strettamente legato alla storia del territorio o meglio di quell’area che va da Fondi passando per Itri fino a Formia anticamente denominato «ager Caecubus». Per recuperare il vitigno, quasi del tutto estinto, il consorzio di bonifica del sud pontino si è avvalso della collaborazione dello staff tecnico coordinato dall’agronomo Stefano Poppi impegnato sul territorio da circa cinque anni nella realizzazione del progetto agronomico del Salto di Fondi. Un lavoro quello sul recupero del vitigno realizzato in concomitanza con quello sull’uso ed il trattamento delle acque salmastre per uso agricolo della sorgente Mola Bisleri. «Marze di vitigno abbuoto prelevate da piante autoctone nel territorio fondano - fa sapere il presidente del consorzio Lino Conti - sono state portate presso un centro sperimentale dove è stata effettuata la propagazione tramite un innesto su porta innesto per la produzione di barbatelle, ovvero giovani piante con radici. Queste ultime verranno messe a dimora presso un’azienda agricola in località Barchi presso un terreno di proprietà consortile in località San Magno. In seguito, le piantine verranno assegnate gratuitamente agli agricoltori che ne faranno richiesta. Un impegno quello del consorzio affinché si ritorni a coltivare questa varietà di vitigno che va scomparendo a vantaggio di qualità scelte solo in base a criteri di produttività. Questa potrebbe quindi essere l’opportunità per diversificare e qualificare la produzione locale utilizzando al contempo sistemi di produzione più rispettosi dell’ambiente recuperando aree ormai considerate marginali e poco produttive». Un progetto importante quello del consorzio che si basa però sul concetto di cultura del territorio partendo non soltanto da quella tipicamente legata all’agricoltura ma anche alla storia, quella dei nostri avi. Uva quindi che racconta il fascino di antichi miti, il fasto dell’impero romano, un vitigno che è proprio il caso di dirlo, affonda i tralci nella terra del sud pontino.

Maria Sole Galeazzi - Latina Oggi 18 - Dicembre 2008

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Ultima modifica: giovedì, 22 gennaio 2009